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sabato 16 luglio 2011

Amici. (racconto.)

Ecco un'altro mio raccontino senza troppe pretese, che ho scritto qualche anno orsono, come l'ultimio mio scritto postato su questi lidi, anche "Amici" è ambientato nel mondo Warhammer, gioco da tavolo di battaglie fantasy con miniature, che, detto per inciso, ha un'ottimo beckground narrativo.
vabbuò, comunque, buona lettura.


AMICI:


Rugge il leone nell’aria bruna,
Ulula il lupo, verso la luna.

La sera incombeva sulla città di Luccini come un cappa di tristezza, sul ponte di Lucano l’umidità si posava sul selciato contribuendo a dare al luogo un’atmosfera grigia.
All’estremità del ponte una ragazza stava appoggiata alla sponda fissando lo sguardo arrossato dal pianto sulle acque del fiume che poco più avanti sfociava nel mare.
“Così prenderai freddo, ragazza mia.”
Disse una voce alle sue spalle.
Trasalendo dallo spavento la ragazza si girò e vide una figura avvolta strettamente in un lungo mantello nero, il viso nascosto da un lungo cappuccio dello stesso colore.
Un sacerdote di Morr, pensò.
“Mi scusi padre, non l’avevo vista arrivare.”
Disse la giovane, rivolgendosi alla figura di fronte a lei.
“Non ti preoccupare, figliola, sono abitato a fare questo effetto alle persone. Ma vedo che hai pianto, dimmi quali problemi hanno fatto piangere quei bei occhi?”
“E’ una storia triste, padre e non vorrei angustiarla con i miei problemi.”
Un sorriso amaro fece capolino dalle pieghe del cappuccio, della nera figura.
“Ascoltare storie tristi fa parte della mia vocazione, Hanna.”
“Certo è ovvio, sono una sciocca…. Ma mi conoscete?”
“Quel colore di capelli non è molto comune in Tilea,” disse l’uomo indicando i lunghi capelli di un rosso acceso della giovane. “Che io sappia, solo la figlia del leone ha di questi capelli a Luccini.”
Un sorriso amaro spuntò sulle labbra della ragazza.
“Avete ragione padre, mi chiamo Hanna e sono proprio la figlia del leone.”
“In questo caso, temo di indovinare il motivo della vostra angoscia.
Si tratta di vostro padre.”
Le lacrime ripresero a scorrere copiose sulle guance di Hanna.
“Coraggio ragazza mia, per quanto sia doloroso, tutti prima o dopo dobbiamo presentarci al cospetto di Morr.”
A quelle parole la ragazza, rimase come pietrificata per qualche secondo, poi improvvisamente scoppio in una risata isterica.
“Voi credete che pianga per la morte di mio padre?” Disse tornando seria “Mio padre non è ancora morto, e vedete, è proprio questo il problema.”
L’uomo di fronte a lei rimase in silenzio, se era rimasto sorpreso o scandalizzato dalla risposta della ragazza non lo dava a vedere.
“Non mi fraintenda la prego, voglio molto bene a mio padre, ma vede… come faccio a spiegarle… ecco, forse lei è a conoscenza del fatto che mio padre non è nativo della Tilea.”
L’uomo fece un cenno del capo, come a indicare che era perfettamente a conoscenza del fatto.
“Sì, mio padre non è nato qui in Tilea ma su al nord, a Norsca.
E vede, buon padre, le usanze dei Norsmanni sono diverse dalle nostre per molti aspetti, uno di questi riguarda il modo di affrontare la morte.
Per un norsmanno la morte non è un evento così tragico come invece può esserlo per le genti del sud.
Tra le tribù del nord, la morte è vista come una cosa naturale, e pur essendo vissuta come un momento doloroso, è anche vista come il passaggio verso il Valhalla, il paradiso in cui credono i Nors,” spiegò la ragazza. “dove un guerriero dimorerà in eterno in compagnia dei propri dei, guerreggiando e festeggiando in eterno accanto a loro.
Per un uomo del nord, ha più importanza come si affronta la morte che la morte stessa. Per i nors il momento del funerale è un modo di ricordare la vita dello scomparso, onorandone le imprese compiute in vita e ricordandone le gesta di coraggio e onore, così che, quando si presenterà al cospetto degli dei, il defunto li posa guardare dritto negli occhi, reclamando il proprio posto accanto a loro.”
La ragazza fece una pausa per guardare l’uomo ammanto di nero di fronte a lei, che restava in silenzio aspettando, perfettamente immobile, quasi che il racconto lo avesse pietrificato.
“Per questo motivo il momento del funerale riveste un’importanza assoluta della cultura nors,”
riprese a raccontare Hanna lo sguardo perso, lontano nell’immensità del mare di fronte a lei.
“difatti si crede che senza questo rituale che proclami le imprese di un guerriero di fronte agli dei, un uomo non potrà guardarli negli occhi senza vergognarsi e gli dei lo scacceranno dal Valhalla ridendo di lui.”
Hanna fece un’altra lunga pausa, lo sguardo fisso davanti a se, come persa nei propri pensieri.
All’improvviso un corvo passo gracchiando,volteggiava in circolo sopra di loro. Il rumore scosse la ragazza, fissava il corvo che volteggiava in ampi cerchi sbattendo di tanto in tanto le ali.
“Un messaggero di Morr:” Disse all’improvviso l’uomo vestito di nero. “Salute a te piccolo fratello.” Continuò facendo uno strano gesto, simile ad un saluto all’indirizzo del corvo, che gracchio di nuovo, e alla ragazza parve quasi che esso rispondesse al saluto.
Hanna rimase ancora qualche attimo ad osservare il volatile, poi si accorse che l’uomo era tornato a fissarla, aspettava pazientemente che lei riprendesse a parlare.
“Per un Nors, reverendo padre, il rito di passaggio dalla vita alla morte è fondamentale, senza di esso,si crede che lo spirito del defunto verrà scacciato dagli dei,. Durante il rituale funebre gli amici, i compagni, ed i parenti del defunto, lo onorano recitando le litanie del passaggio, dopodiché depongono il corpo in una nave mettendo offerte ai suoi piedi, poi la nave viene incendiata e spinta al largo con le vele spiegate, mentre gli astanti bevono vino innalzando lodi al defunto.
“Ed è proprio qui il problema, reverendo padre.” Continuò la giovane ragazza, lo sguardo perso nel vuoto.
“Questo rito, non verrà celebrato per mio padre. E il suo spirito sarà condannato a vagare per l’eternità.”
Concluse Hanna mentre gli occhi gli si inumidivano di amare lacrime.
All’improvviso l’uomo le si avvicino e con una mano gli asciugò una lacrima, la ragazza trasalì a quel contatto, la mano dell’uomo era molto fredda.
“Tuo padre, Hanna, é un uomo molto potente ed influente qui a Luccini.” Disse. “Per anni, lui e la sua ciurma hanno suscitato paura e rispetto nei nemici di Luccini. La barca di tuo padre; La figlia di nessuno, è temuta sia dai corsari arabi come dai pirati di Sartosa e anche qui in città tuo padre è molto potente, innumerevoli, sono i nemici schiacciati sotto il tallone di tuo padre, fuori e dentro le mura di Luccini.
Molti sono quelli che gli devono favori o che sono indebitati con lui, Per che, quindi dici che non si potrà tenere la cerimonia funebre? Forse che tuo padre non ha abbastanza amici o servitori?”
Concluse l’uomo.
“Servitori e amici, “ Il viso di Hanna si accese d’una rabbia subitanea.
Forse che, un leone può vantare degli amici?
Corvi e sciacalli! Questo solo.
Finchè il leone rugge potente, con servile cipiglio si disputano i resti della preda, ma quando il leone giace morente, d’un subito si gettano su di lui per contendersi il corpo ancor caldo.
No padre; Ne amici, ne servitori. “
Hanna rimase qualche momento a fissare l’uomo, il cui nero cappuccio nascondeva la parte superiore del viso, solo un triste sorriso, appena accennato veniva messo in evidenza dai pallidi raggi lunari, parve allora alla ragazza, che quel sorriso gli rammentasse qualcosa di molto lontano nel tempo; un sorriso triste, incorniciato dalla bianca luce della luna, un sorriso, lo scintillio dell’argento e il vago sussurrare di una obliata musica.
Il sorriso sparì improvvisamente. La luna era stata coperta da una nube, e tutto piombò nell’oscurità,
Hanna si ritrovò a fissare la buia notte, consapevole della presenza dell’uomo di fronte a lei, seppur questo fosse adesso invisibile ai suoi occhi.

Nero come la notte, gelido come la luna.

La ragazza sorprese le proprie mani a giocare nervosamente con il ciondolo che portava in seno.
Scotendosi, riprese a parlare, non avrebbe saputo dire, se a se stessa o al suo interlocutore.
“Ne amici, ne servitori.” Ripete con rabbia. “Chi prima mendicava i favori di mio padre con sorrisi servili, ora è intento a disputarsi le sue ricchezze, il sangue degli sciacalli e già stato versato in strada, in una lotta per disputarsi fino all’ultimo brano di carne.
Questi sono gli amici e i servitori di mio padre.”
Un sorriso di rabbioso scherno distorse le belle labbra in una smorfia crudele.
“E i nemici…..” La frase rimase a mezzo, mentre il sorriso si tramutava in un espressione d’odio.
“I cani che prima tremavano al solo nominarne il nome, questa notte stessa si preparano a trar una vigliacca vendetta.
“Ecco per quale motivo mi trovo qui e non al capezzale di mio padre morente. Esso stesso, mi ha allontanato per salvare la vita e l’onore della propria figlia.

giovedì 7 luglio 2011

Capitan Mezzanotte

No signori, mi spiace, il Capitan Mezzanotte del titolo non è ahime un qualche muscoloso super eroe americano.
Il Capitan ecc. è riferito ad il titolo di un mio racccontino che postai qualche anno fa sul forum del Gw, Gw per chi non lo sapesse sta per Games Workshop, ed è una casa editrice  (credo) di giochi da tavolo, mai sentito parlare di Warhammer? No? bè Warhammer è appunto un gioco da tavolo fantasy  che si gioca con miniature, molto bello per chi è interessato al genere, ma questo è un'altro discorso, ritornando sul contesto del post, come dicevo, Capitan Mezzanotte è un mio raccontino ambientato nell'universo fantasy di warhammer, che postai qualche anno addietro sul forum dedicato forum gw tilea. questo è il link per chi volesse farsi un'idea del background di questo mondo di giochi da tavolo.
E  ora basta con le ciancie, ecco il mio raccontino.

CAPITAN MEZZANOTTE.

“Ti dico che è vero! Vero, come è vero che io mi chiamo Antonio Pastrini. Sangue del diavolo!”
Tuonò il vecchio soldato dalla barba bianca, accompagnando le parole con un pugno che quasi spaccò in due la tavola.
Gli altri uomini seduti al lungo tavolo, nonché la piccola folla di mercenari provenienti da tutte le parti che era riunita intorno sussultò.
Era meglio non fare incacazzare Antonio Pastrini, questo era un fatto risaputo da tutti.
Sarà anche stato vecchio, ma aveva ancora forza sufficiente a spaccare più di una faccia, d’altronde lo avevano visto tutti quel giorno sulle mura di Miragliano, staccare la testa ad un enorme rattogre con un solo fendente della sua enorme spada a due mani, era senza dubbio il guerriero umano più cazzuto che si era visto durante i due mesi da quando era cominciato l’assedio della città da parte degli skaven.
Ristabilito il silenzio, Pastrini continuo a parlare, dando ogni tanto occhiate minacciose in giro per vedere se qualcuno avesse osato contraddirlo di nuovo.
“Giacomo Mezzanotte e i suoi ragazzi sono tornati! Questi miei occhi, lo hanno visto!” disse mentre indicava i propri occhi dall’espressione feroce ”Proprio come ora vedono i vostri brutti musi!”
Un mormorio si diffuse immediatamente nella sala a queste parole, ma nessuno osava intervenire a voce alta, così il vecchio guerriero continuò.
“E’ stato due giorni fa, durante l’attacco alle cisterne.” Incominciò a raccontare, mentre assumeva una posa fiera, appoggiando la mano sul pomo della spada come se fosse pronto a fare una strage. “Quei cazzo di ratti erano riusciti ad entrare di sorpresa in città, attraverso qualche fottuto buco nelle fogne e stavano avvelenando le riserve d’acqua, bè, quando io e miei ragazzi abbiamo sentito l’allarme che veniva dalle cisterne, ci siamo subito precipitati li come diavoli assetati di sangue, e quando siamo arrivati con le armi spianate, pronti a fare un macello, cosa ci siamo ritrovati davanti? Una specie di muro di ratti che ci impediva di arrivare alla cisterna. Ora, non serve che ve lo dica, vero? A Miragliano già, c’è ne poca d’acqua da bere, se perdevamo anche le cisterne………”
Una serie di esclamazioni di furore all’indirizzo degli uominiratto confermò quanto tragica potesse essere questa possibilità, Miragliano infatti era costruita su una serie di piccole isole dove era impossibile scavare pozzi. In tempo di pace l’acqua potabile arrivava attraverso delle chiatte, ma durante un assedio questo era ovviamente impossibile, perdere le riserve d’acqua avrebbe quindi significato presto o tardi la capitolazione della città e in questo caso, la morte poteva non essere, il peggiore dei mali.
Quando il coro di bestemmie e insulti in svariate lingue e dialetti ebbe termine, Pastrini continuò.
“Dunque, come dicevo, io e i miei ragazzi non potevamo permettere a quei topi schifosi di finire il loro sporco lavoro, giusto? Ma come fare? C’era quel cavolo di muro fatto di pelo e code davanti a noi, certo li avrei potuto stendere tutti anche da solo!” E qui il vecchio diede una bella occhiata all’intorno, tanto per vedere se ci fosse qualche aspirante suicida che osava mettere in dubbio la sua affermazione. Nessuno osò neanche emettere un fiato, quindi continuò.
“Dicevo, avrei anche potuto stendere tutti quei ratti da solo, anche senza l’aiuto dei miei ragazzi, ma, erano davvero tanti, quei bastardi, e ho pensato: Diavolo! Quando li avremo eliminati tutti, i loro stramaledetti compari avranno già bello che finito di avvelenare l’acqua.
Fatta una pausa Pastrini constatò con piacere, che tutti nella sala della taverna pendevano dalle sue labbra.
“Che potevo fare?” Riprese “Di chiamare aiuti neanche a parlarne, come sapete c’era un assalto in corso anche alle mura della città e quindi non potevo rischiare di allontanare neanche un ragazzo da li, e poi, sarebbero probabilmente arrivati comunque troppo tardi.
Allora mi sono detto: Antonio, è meglio che te e i tuoi ragazzi ve la sbrigate da soli, e ho caricato quella feccia a testa bassa!
Sangue del diavolo che macello quella notte! Io e i miei ragazzi ce la stavamo cavando bene, dopo dieci minuti di mischia avevamo già fatto fuori più della metà di quelle pantegane schifose.”
La sala comune rimbombò di urla di gioia e d’approvazione alle parole di Pastrini.
Dopo una pausa per godersi un po’ il momento, il vecchio guerriero riprese il racconto.
“Come stavo dicendo, avevamo fatto fuori metà di quei bastardi, ma ci stavamo mettendo comunque troppo tempo, ormai quei figli di cani dentro le cisterne avevano probabilmente finito, in quel momento mi ricordo di aver pensato: Diavolo, Miragliano è perduta!”
Un urlo di disperazione riecheggio nella sala.
“Stavo dicendo: in quel momento ho pensato: Diavolo! Miragliano è perduta!
Ma poi, mi ricordo perfettamente, come se fosse successo pochi secondi fa; eravamo in un attimo di tregua nella battaglia. Sapete quando succede che per un attimo nel casino, tutto si fa silenzio e per pochi attimi dopo il macello c’è qualche secondo di tregua prima di ricominciare?
Vi è mai successo?”
“Si! E’ una sensazione fottutamente strana!” Disse una voce non meglio identificata da in mezzo alla folla.
“Si, lo è!” rispose Pastrini. “E’ proprio una sensazione maledettamente strana, ti sembra quasi di essere nell’occhio di un ciclone.
Bé, come stavo dicendo, eravamo lì, i due schieramenti si erano separati per un attimo, pronti a saltarsi addosso di nuovo come lupi affamati. Era una notte molto buia, le nuvole oscuravano la luna, e ci si vedeva come dentro le budella di un ogre, nel buio vedevo una moltitudine di occhietti rossi che ci guardavano con cattiveria, poi per un attimo tutto si è fatto silenzio, gli unici rumori che si sentivano erano il respiro affannato dei miei ragazzi e gli squittii dei ratti, ed a un tratto la luna è sbucata fuori dalle nuvole illuminando la scena, tutto si è fatto ancora più silenzioso, c’èra un’atmosfera strana, poi, l’orologio dei nani nella piazza del tempio di Morr ha cominciato a battere la mezzanotte, e al dodicesimo rintocco……”
“Ma, scusate….”
Disse, proprio in quel momento una voce da in mezzo alla piccola folla che circondava la tavola.
Pastrini si blocco in mezzo alla frase.
“Chi è Giacomo Mezzanotte?”
A questo punto il vecchio mercenario, per lo stupore rimase letteralmente a bocca aperta.
“Si può sapere chi è, il maledetto caprone che non conosce Giacomo Mezzanotte?”
Disse, anzi sbraitò Pastrini dopo qualche attimo necessario a riprendesi dallo stupore, con in viso un’espressione che avrebbe fatto raggelare il sangue nelle vene anche ad un orco.
A quel punto, la folla ammutolita si apri lentamente, facendo scorgere un ragazzo di al massimo diciassette anni, che, dagli abiti che portava e dalla pettinatura dava proprio l’impressione di essere un scudiero al servizio di qualche cavaliere bretoniano.
Il ragazzo, stupito per l’attenzione non richiesta che aveva attirato su di se, rivolgendo una domanda, a suo parere del tutto normale, ammutolì di colpo, quando incontrò lo sguardo infuriato di Pastrini.
“Ovvio, solo un bretoniano poteva essere cosi coglione da non sapere chi è Giacomo Mezzanotte!”
Tra le risate generali che si levarono alle parole di Pastrini, solo il ragazzo non si unì, per la dama del lago! Pensò, era uno scudiero di un nobile cavaliere, non poteva lasciarsi trattare così davanti a tutti quei bifolchi, cosa avrebbe pensato di lui Sir Leonard?
“Non vi permetto di rivolgervi in cotal modo alla mia persona!” Disse il ragazzo raccogliendo il coraggio a due mani, e pensando al contempo ad un insulto adeguato da rivolgere al mercenario. “
“Lei non è altro…… che….. un vile, come tutti i mercenari!” Riuscì alla fine a dire, soddisfatto di aver trovato un insulto adeguato all’offesa ricevuta.
A quelle parole un moto di sorpresa e di rabbia sfuggi alla folla, nessuno aveva mai osato dare del vile ad Antonio Pastrini, o meglio, nessuno che gli avesse rivolto questo insulto era poi sopravissuto a lungo, da qui lo stupore, per quanto riguarda la rabbia; quello stupido bretoniano con le sue parole aveva, in un certo senso, offeso l’orgoglio professionale di tutta la categoria, non c’era quindi da stupirsi se furono molti i visi dall’espressione furiosa che si girarono verso il ragazzo.
Il giovane, a questo punto, ebbe come un vago sentore di aver commesso una sciocchezza di proporzioni abissali. Il vago sentore divenne poi un’assoluta certezza quando vide Pastrini alzarsi dal tavolo e venire verso di lui, a quel punto al ragazzo quasi cedettero le gambe dalla paura, Pastrini era un vero e proprio colosso. Rivestito da capo a piedi di un’armatura di fattura nanica, una lunga barba grigia che gli arrivava fin oltre il petto, lunghi capelli scarmigliati pettinati all’indietro, sembrava un’enorme nano incazzoso, solo che era tre volte più alto di un nano e come se non bastasse al fianco portava una spada che era alta quasi come il giovane scudiero.
Al ragazzo non rimase altro che seguire con lo sguardo l’incedere del vecchio mercenario mentre si avvicinava a lui, almeno perirò con onore, affrontando un avversario degno di un cavaliere, pensò il ragazzo mentre Pastrini gli si parava davanti sovrastandolo con la sua altezza.
“E così sarei un vile…. vile, come tutti i mercenari……Eh?”
Disse mentre incrociava lo sguardo col ragazzo, appoggiando al contempo la mano sul pomo della spada.
In quel preciso momento, fissando gli occhi del mercenario dal basso verso l’alto, il giovane scudiero pensò: sono morto!
“AHAHAHAHAH” Esplose Pastrini ridendo come un matto. “Ne hai di coraggio scricciolo, dare del vile a me!” Disse tra una risata e un’altra il vecchio mercenario dandosi delle sonore pacche sulle gambe. “Dare del vile ad Antonio Pastrini!” E giù altre risate, come se fosse la cosa più buffa del mondo.
“Ragazzi, lo avete sentito? Questo scricciolo di un bretoniano ne ha di coraggio per essere……per essere un bretoniano!”
La folla di mercenari riuniti intorno era rimasta a dir poco allibita dalla reazione del vecchio Pastrini.
“E gia! Sangue di bue! Ne ha eccome di coraggio, il moccioso. Per tutti gli inferni di Morr! Affrontare così Pastrini, manco fosse un nano sventratore!”
Disse un vecchio mercenario canuto, mentre anche lui cominciava a sbellicarsi dalle risate. Risate a cui si unì subito dopo tutta la folla della taverna.
Il ragazzo era rosso come un peperone, non sapeva se sentirsi offeso oppure felice di quella svolta imprevista degli eventi.
“Come ti chiami scricciolo?” Domandò Pastrini dopo essere riuscito a stento a smettere di ridere.
“ Juan Cloude Le Furey, signore.”
‘’ Mmmmm Furetto !’’
“No signore, il mio nome sarebbe  “ Juan Cloude Le Fu…”
“Furetto!” Sentenzio Pastrini.
“EH….Furetto!” si arrese il ragazzo.
“Bene Furetto, volevi sapere chi è Giacomo Mezzanotte eh? Ebbene te lo dirò, ma solo davanti ad un bicchiere di quello buono, vieni ragazzo, vieni a sederti al tavolo con noi……….vili mercenari!”
Dichiarò solennemente Pastrini scoppiando di nuovo a ridere e dando una pacca sulla spalla talmente forte al ragazzo, , che quasi stramazzo a terra.
Dopo che si furono seduti tutti, il vecchio mercenario, per richiamare l’attenzione dell’oste diede un pugno al tavolo, che per la forza del colpo emise un rumore che assomigliava molto ad un grido d’agonia.
“Patrizio! Porta un dannato boccale di Bugman per Furetto! E sbrigati, per le purulenti piage di tutti i demoni!
Bene Furetto, allora; facciamo così, lasciami finire il racconto a questa brava gente e poi ti dirò chi è veramente, Giacomo Mezzanotte!……..”
“Dunque, dove eravamo rimasti prima che Furetto si mettesse in mezzo?”
“Stavate raccontando di cosa successe durate lo scontro con gli uomini ratto.” Intervenne il ragazzo mentre l’oste gli sbatteva davanti senza tante cerimonie un enorme boccale di Bugman.
“Ah! Si giusto, bravo Furetto, ma bevi la tua birra, che diavolo, non stiamo a formalizzarci.”
Sbottò il vecchio mercenario accorgendosi che il ragazzo aspettava per bere che Pastrini terminasse il racconto.
“Allora, stavo dicendo; . Era una notte molto buia, le nuvole oscuravano la luna, e ci si vedeva come dentro le budella di un ogre, nella notte vedevo una moltitudine di occhietti rossi che ci guardavano con cattiveria, poi per un attimo tutto si è fatto silenzio, gli unici rumori che sentivo erano il respirare affannato dei miei ragazzi e lo squittire dei ratti, e, improvvisamente la luna è sbucata fuori dalle nuvole illuminando la scena, tutto si è fatto ancora più silenzioso, c’èra un’atmosfera fottutamente strana, poi l’orologio dei nani nella piazza del tempio di Morr ha cominciato a battere la mezzanotte, e al dodicesimo rintocco…..”
Pastrini a questo punto si assicuro del fatto che Furetto fosse troppo impegnato con il suo boccale per interromperlo di nuovo, rassicurato su questo punto fondamentale, il vecchio continuò.
“Come stavo dicendo, al dodicesimo rintocco, improvvisamente, come se provenisse dal nulla o dalla lune stessa, una strana melodia ha cominciato a udirsi, proveniva da dietro le spalle degli skaven, non riuscivo a distinguere bene che tipo di musica fosse, era come se provenisse da molto lontano ma la melodia mi suonava stranamente familiare, come fosse qualcosa di già sentito molte volte ma in forma diversa, l’unica cosa di cui sono certo è che a cantarne le parole fosse una donna.
Era strana come musica, o meglio, tutta la dannatissima scena era strana, èccocì lì, io e i miei ragazzi, impegnati in una battaglia con i ratti per salvare le cisterne, ed a un certo punto qualcuno si mette a cantare nella notte.
Comunque sia, anche i topastri si erano accorti della musica e lanciavano occhiate preoccupate alle loro spalle, poi, mi ricordo perfettamente; per un attimo le nubi hanno oscurato la luna, Francesco, il ragazzo accanto a me ha aperto la bocca per dire qualcosa ma non ha fatto in tempo,perché proprio in quel momento dalle cisterne si è sentita provenire una risata agghiacciante che ha congelato tutti sul posto e subito dopo è scoppiato il casino, i fottuti ratti si sono messi a starnazzare, mentre sprizzavano l’odore acre del marchio della paura, poi hanno cominciato a correre terrorizzati da tutte le parti, in pochi attimi davanti a noi non era rimasta neanche una, di quelle pantegene schifose.
Credetemi, non ci capivo più un emerito cazzo, poi la luna ha fatto di nuovo capolino dalle nuvole, e ai nostri occhi si è mostrata una scena allucinante; l’edificio che ospitava le cisterne era letteralmente cosparso di corpi di ratti, erano quelli del dio della peste, come diavolo si chiamano?”
“Monaci della peste.” Bofonchiò Furetto tra un sorso di Bugman e l’altro, mentre cominciava a girargli la testa non essendo abituato a quella bevanda molto forte.
“Sì! Giusto! Bravo Furetto. Monaci della peste, ecco cosa erano, bè stavo dicendo, l’edificio delle cisterne era letteralmente cosparso di cadaveri di maledetti monaci della peste, alcuni trafitti da frecce, altri letteralmente squartati da lame.
La musica era cessata e non si sentiva più volare nemmeno una mosca, io e i miei ragazzi ci siamo avvicinati ed è stato allora che lo ho visto, il primo piano dell’edificio che è piatto, forma una specie di scalino con il muro che poi arriva al tetto, bè sopra quella specie di scalino c’era una figura girata di schiena, sembrava intenta a disegnare qualcosa sul muro di fronte a lui, quando ci siamo avvicinati ulteriormente, la figura si è girata verso di noi e si è avvicinata di qualche passo mettendosi proprio sotto la luce della luna, e che io sia mille volte dannato se quello non era Giacomo Mezzanotte!
Proprio così ragazzi, davanti a noi c’era proprio Giacomo Mezzanotte in persona, con il suo mantello nero, l’armatura degli elfi e quel suo dannato sorrisetto sulle labbra.
Quando ci ha visto, quel dannato figlio di un cane si è avvicinato ancora di qualche passo e mentre scoppiava in una di quelle sue risatine beffarde si è sprofondato in un inchino, poi si è girato ed è schizzato via come un fulmine, con un salto si è aggrappato alla canala del piano superiore, si è issato sul tetto ed è corso via più veloce di un dannato cavallo elfico, quando sono riuscito a riprendermi dalla sorpresa era sparito. “
A questo punto nella sala scoppiò una vera e propria cacofonia di urla e di voci che commentavano tutte insieme sovrapponendosi l’una con l’altra, Pastrini, attese qualche momento che il putiferio si calmasse, ma visto che il coro non accennava a calmarsi con uno sbuffo diede un altro pugno sul tavolo che oltre al solito urlo di agonia questa volta comincio a frantumarsi letteralmente sotto la forza del colpo.
“Non ho ancora finito! Per le stramaledette budella di tutti i fottutissimi orsi di Tall!”
La ridda di voci terminò all’istante.
“Bene così va meglio, per tutti i diavoli! Allora come stavo dicendo, Giacomo era sparito dietro al tetto dell’edificio lasciandoci lì come degli idioti, dopo qualche attimo sono riuscito riprendermi dalla sorpresa e ho ordinato ad alcuni dei miei ragazzi di andare a chiedere aiuto per ripulire il casino e controllare i danni all’acqua, mentre i ragazzi partivano di corsa ho messi gli altri a perlustrare i dintorni in cerca dei ratti che erano scappati, dato gli ordini, aiutato da un pugno dei miei picchieri mi sono arrampicato fino al primo piano dell’edificio, volevo vedere cosa stava facendo Giacomo prima di girarsi verso di noi, e quando mi sono avvicinato sapete cosa ho visto?
Attaccato al muro c’era il cadavere di uno skaven, non chiedetemi perché, ma scommetterei che fosse il capo di quella torma schifosa, era inchiodato al muro da una daga con il pomo d’argento a forma di luna piena. Questa!”
Disse, il mercenario impiantando sul tavolo una daga con l’impugnatura nera e il pomo d’argento finemente cesellato per formare una luna piena.
Mentre la lama continuava a vibrare come un serpente, un vecchio da i lunghi capelli bianchi si avvicinò per guardare meglio.
“E’ proprio una delle daghe che usava sempre Giacomo, mi ricordo bene, se l’era fatte fare da un fabbro elfo.”
“Già proprio così!” Continuò Pastrini. “Se l’era fatte fare da un maestro armiere degli alti elfi, ma aspettate, la storia non è ancora finita, volete sapere cosa stava facendo Giacomo?”
Il vecchio mercenario riprese senza aspettare che qualcuno rispondesse alla sua domanda:
“Sul muro, accanto al cadavere del monaco della peste c’era disegnata con il sangue una luna piena con il mezzo un dodici in lettere eliche, e li accanto c’era scritto: Così muore, chi minaccia Miragliano!”